Le parole sono importanti…

martedì 1 maggio 2012

immagine da isintellettualistoria2.myblog.it

Da qualche tempo è attiva un’iniziativa degnissima di nota: un modo per salvaguardare l’estinzione della nostra lingua e per darle nuovo vigore utilizzandola in tutta la sua capacità epsressiva che per lo più resta custodita all’interno di un dizionario. E’ “Adotta una parola”, promossa dalla Società Dante Alighieri in accordo con alcuni dei più importanti dizionari della lingua italiana. Questo è il link dove potete trovare tutte le istruzioni per l’adozione: è semplicisssimo e consente di diventare custodi di una parola a nostra scelta (molte sono già “custodite” quindi bisogna provare con un po’ di pazienza) per un anno, in cui ci si impegna a promuovere l’utilizzo di quella parola e a segnalare se viene utilizzata in modo improprio. Fateci un giro, ci sono parole bellissime.

Oggi è il Primo Maggio e ho scelto la parola SOVRANITA’.

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.   
(Articolo 1 della Costituzione italiana

BUONA SCELTA.

Film consigliato: “Palombella rossa” di Nanni Moretti


Africa, la religione del petrolio

domenica 29 aprile 2012

immagine da www.cartografareilpresente.org

Una breve ma necessaria riflessione sull’attacco di stamattina in Kenya e in Nigeria, oltre 20 morti. Una riflessione su quello che da anni accade in Africa, in quegli stati come Somalia, Nigeria, Kenya, Mozambico, Sudan (…Darfur, basta la parola) e il neo-nato Sud Sudan, che possiedono l’unica vera ragione per cui valga la pena combattere secondo una ovvia e lucida visione imperialista della scacchiera mondiale. Petrolio. Non uso di proposito l’articolo, perchè la citazione di Pier Paolo Pasolini mi dà l’occasione di espriemere ciò che ho sempre percepito in quel titolo e che provo ogni volta che cerco di visualizzare questo “olio della pietra”: dilagante, definitivo e irreversibile come un simbionte sul corpo di chi nemmeno lo tocca, ma solo lo pensa.

La cronaca degli attentati di matrice religiosa ci snocciolano cifre sui morti, ma la fede musulmana o quella cristiana c’entrano poco. Certo esistono problemi di convivenza tra comunità di diversa formazione religiosa – che è poi anche sociale, politica – ma le granate lanciate oggi in Kenya e in Nigeria (già sconvolta dalle stragi di Pasqua), la guerra in corso in Sudan (i dettagli in questo articolo del Sole 24 Ore), le lotte in Somalia portano tutte lo stesso vestito. Che è nero, denso, sempre più prezioso.

L’Occidente, la Cina, la Russia, non fanno altro che muovere delle pedine che prima armano e poi spingono le une contro le altre; pedine che a loro volta si combattono tra loro, perchè se è giusto lo slogan “l’Africa agli africani” è poi tutto da vedere a quali africani, a chi si è già arrichito e si può ancora arricchire in un Paese in cui un bambino ogni 3 secondi muore di fame.La comunità internazionale con gli Stati Uniti in testa risponde con la militarizzazione di stati come il Mali, Mauritania e Ciad, una vera colonizzazione, mascherata da difesa del territorio.

Interessi economici. Sfruttamento delle risorse. Potere. Sempre Lui.

“Non è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo del potere corrompe chi ne è soggetto”.
Aung San Suu Kyi, Liberi dalla paura, 1995

E’ proprio di qualche settimana fa la scoperta di giacimenti di gas in Mozambico da parte dell’ENI, 283 miliardi di metri cubi. Ma l’Africa ha anche oro, uranio, cobalto, zinco, carbone e tanto altro. Certo questa storia già si sa, ma vale la pena di ricordarla quando vediamo i corpi di innocenti dilaniati dalle granate.

E vale la pena di ricordare che oltre il danno – il furto delle proprie risorse – l’Africa vive anche la beffa dell’inquinamento. In questa puntata di Report c’è tutto.


Spazio artificiale, bellezza naturale (homo sapiens…)

mercoledì 4 aprile 2012

immagine da www.architetturaecostenibile.it

E’ conosciuto come “giardino verticale” ma io preferisco l’altra definizione, “muro vegetale”, che mi suscita subito un sentimento di speranza. E’ l’opera del botanico-artista francese Patrick Blanc, un uomo che è innanzittuto un’enciclopedia vivente della botanica, specializzato nelle piante che crescono in condizioni proibitive.

Da anni i suoi giardini che sono vere e proprie installazioni artistiche si inerpicano sui muri dei musei, sulle vetrate di palazzi pubblici e privati, creando un contrasto fortissimo, mostrando quanto il cemento e la verticalizzazione impattino sul paesaggio, ma anche come la natura sia invincibile, adattabile e come l’uomo possa dar vita a nuove forme di integrazione.

L’Indipendent gli dedica un articolo e soprattutto una fotogallery: le piante appartengono tutte a specie che crescono senza bisogno di terra e nemmeno di particolari condizioni climatiche. Sono piante acquatiche e non particolarmente bisognose di luce.

La cosa che più colpisce in quest’opera è la profonda coerenza tra ciò che è giusto biologicamente e ciò che è bello. Le due cose non possono esistere separatamente, e questo è un modo per ri-equilibrare l’equazione.

In questo video su youtube, Blanc racconta la sua idea di partenza, i suoi viaggi nelle foreste tropicali, osservando le quali rimase colpito dallo svilluppo delle piante proprio in senso verticale, dalla loro “sottigliezza” e dalla loro “universalità”. Il video è in francese, ma da sole le immagini delle sue creazioni, del suo studio e del suo volto bastano.


Mission impossible: salvare il pianeta da…noi stessi

giovedì 29 marzo 2012

Non ne ha parlato nessuno in Italia, o comunque l’evento è passato inosservato, ma oggi si è conclusa a Londra la conferenza Planet under Pressure, un appuntamento per oltre 2500 tra scienziati, rappresentanti dei media, industriali e politici riuntiti per stilare un rapporto preciso sullo stato di salute del Pianeta.

E così mentre nel “Belpaese” (ormai le virgolette sono imprescindibili) tiene banco il dibattito su chi tra governo tecnico e politici abbia maggior consenso tra gli elettori – diceva Flaiano: “la stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia” – oltremanica si sancisce definitivamente non tanto lo stato catastrofico in cui versa la Terra – dato che ormai non fa più notizia –  ma che il tempo sta per scadere: abbiamo ancora per poco la possibilità di salvarci dall’autodistruzione.

Ecco allora che il vocabolario del dibattito propone locuzioni come sostenibilità globale, governance ambientale internazionale, nanotecnologie, biotecnologie e ingegneria del clima. Vorrei sapere quanti in Italia pronunciano o sentono pronunciare queste parole. Naturalmente io so che in molti le “maneggiano”, e altrettanti le proclamano con cognizione di causa, siamo pur sempre in Europa e siamo un popolo intelligente checchè se ne dica: ci mancano gli strumenti, ovvero la conoscenza di quello che sta accadendo, anche adesso.

Ebbene, Londra punta a gettare basi concrete per sviluppare nella pratica nuove idee, perchè come ogni virus, anche quello dell’impoverimento e della distruzione del pianeta, che la nostra società ha contratto già da tempo, contiene in sè l’antitodo.

Tutto questo in vista della Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno, e che, dopo il fallimento della Conferenza internazionale sul clima a Copenaghen nel 2009, DEVE trovare delle risposte.

La conclusione di Planet Under Pressure è: cibo, acqua, fonti energetiche, crisi finanziaria, riscaldamento globale, fanno tutti parte di un unico fenomeno. Solo un approccio integrato tra i diversi ambiti di ricerca porterà ad una soluzione. La mano destra non può più non sapere cosa fa la mano sinistra. Ciò che qui distrugge, là arricchisce, ma poi torna indietro come un boomerang a velocità folle. Tutti contro tutti non vale più.


“La pelle che abito”, un film di Almodovar, BMW, Chanel, Ray-Ban, Persol…

lunedì 26 settembre 2011

immagine da film-review.it

In questo triste panorama cinematografico di inizio autunno, l’ultimo film di Pedro Almodovar, La pelle che abito, merita di essere visto. Non solo perchè porta in scena una storia affascinante come solo le storie che “fanno orrore” sanno essere, ma perchè propone al pubblico una visione postmoderna della realtà, intesa secondo la definizione di David Harvey, ovvero un frammento di vita vissuta attraverso tutti i cambiamenti della nostra società – quello etico, quello bioetico, quello artistico, quello psicanalitico – diventando esso stesso il cambiamento.

E’ un film che già solo per l’estrema bravura degli attori (Banderas su tutti) e per la regia davvero raffinata (tutto è pelle, i guanti del chirurgo, la maglietta bagnata che si appiccica, i frammenti dei vestiti) è in grado di emozionare il pubblico. Nonostante sia pieno di citazioni di arte contemporanea – una su tutte Louise Bourgeois - è sicuramente vero però, come molti critici cinematografici hanno sottolineato, che la sceneggiatura non arriva in profondità, non svilluppa i pur numerosi spunti di indagine dell’animo umano che ci sono, insomma, è un film epidermico sia in senso positvo che in senso negativo: dà i brividi, ma è superficiale.

Regia raffinata quindi, ma fastidiosa in modo assoluto nel continuo product placement che invade il film. Il dubbio quindi è più che lecito: siamo sicuri che tutte quelle inquadrature delle auto che entrano ed escono dalla villa del chirurgo – tutte con lo stemma BMW  ben visibile – siano necessarie alla trama del film? Per non parlare della soggettiva di Vera sul portavivande stracolmo di trucchi di Chanel, o la scena del funerale in cui la cinepresa indugia sugli occhiali da sole Ray-Ban e Persol. Lo spettatore che si immerge nell’evolversi della trama è continuamente disturbato/distratto dagli spot, talmente sfacciati che ti aspetti ad un certo punto che Banderas interrompa la scena e dica: “Fili tirati? Nunca.” (ricordate la pubblicità delle calze Sanpellegrino con Valeria Mazza?).

Tre considerazioni quindi: primo, lo spettatore al cinema DEVE essere sacro. Non è un consumatore da infinocchiare, visto che si accorge che lo stai facendo e alla fine penserà “per tanto così sto davanti alla tv che è gratis e almeno mi dicono quando parte la pubblicità”. Secondo, c’è sicuramente crisi nel cinema, dato che anche un regista come Pedro Almodovar ha difficoltà a trovare finanziamenti se non negli sponsor (quindi un mea culpa lo deve recitare tutto il cinema europeo con le sue istituzioni). Terzo, il product placement non è solo una sponsorizzazione (i ringraziamenti sono previsti in coda, ma al limite anche in testa alla pellicola) ma un ricatto: per il regista, per il pubblico, per il Cinema.


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